Cineserie: costo zero, prodotte in schiavitù

Un cosiddetto mercatino rionale napoletano occupa, lo sa bene chi lo frequenta, ma anche per dati certi del Comune, un’area di grandi dimensioni

Il dettaglio merceologico è più ricco di un ipermercato da multinazionale e propone: ogni variante dell’abbigliamento maschile, femminile, bambino/a, sportivo, elegante-casual, scarpe, pantofole, stivali, pellicce, impermeabili, giacconi e cappotti, sciarpe e guanti. I prezzi? da 50 centesimi a venti, trenta euro per i capi d’autore. Frutta e verdura invitano all’acquisto con la suggestione di banchi carichi di ogni bendidio e se fai scorta di questi generi alimentari ne esci con risparmi consistenti. In contiguità con il genere detersivi coesistono chincaglieria, accessori per la cucina, bigiotteria, elettrodomestici a prezzi stracciati, mini cartoleria e offerte libri,  intimo donna – uomo, coperte e lenzuola, tovaglie, tende e teli da bagno, da spiaggia, asciugamani di spugna e ricamate, banco delle offerte speciali con montagne di pullover, magliette, gonne e pantaloni che ne prendi tre e paghi due con cinque euro.

Questo il campo d’azione esterno, protetto da tendoni. All’interno salumerie, pollerie, macellerie, pescherie, mercerie, profumerie, alimentari a profusione,  l’aggiusta orologi, corniciai, fioristi. L’arte di scegliere tra migliaia di proposte è cosa femminile, di donne che nel “mercatino” conoscono nome e cognome dei venditori, i loro affetti familiari, gli eventi di cui sono protagonisti nel bene e nel male, matrimoni e lutti, provenienza urbana o provinciale, attendibilità. Così, sei informata prima di altri dei nuovi arrivi, di offerte e rarità da risparmio, ma non di cosa c’è dietro. Non fai domande se in un breve corridoio di passaggio da un percorso interno all’altro, don Ciro, figura storica del luogo, offre orologi al quarzo, con cinturino in maglia di metallo allo “stratosferico” prezzo di un euro, se una mini borsa firmata LouisVuitton, perfetta, la porti a casa con tre euro. Il terzo grado per sapere “com’è possibile?” cadrebbe nel nulla. Bocche cucite e non sai se ti rifilano oggetti rubati o prodotti da schiavi cinesi a costo vicino allo zero.

La Cina appunto e il suo colonialismo commerciale che include l’Italia, dove a Milano il cognome Hu prevale sui meneghini Rossi, Brambilla,  Ambrosi e a Napoli dove si espande nei dintorni della Stazione Centrale con isolati saturi di cineserie e un paio di occhiali da presbiopia costa due euro, custodia, panno di pulizia e laccetti per tenerli sempre al collo inclusi. Hanno aspetto misero i venditori, non quanto chi fabbrica in condizioni di schiavitù il made in China. Chi fugge dalle campagne povere, da fame, accetta di “gettare il sangue” in sottoscala di pseudo fabbrichette dove l’orario di lavoro è variabile secondo le dispotiche esigenze produttive del boss e le paghe sono miserrime. Esattamente come accade nella patria dello stakanovismo, imposto con il micidiale diktat “prendere o lasciare”.

L’illecito di straordinari oltre il limite consentito dalla legge, il degrado di ambienti insalubri, i pericoli per la salute e la tutela della sicurezza sono la regola per molti settori produttivi e chiamano sul banco degli imputati anche impianti utilizzati dalle multinazionali (tra le altre la Disney giocattoli, Mattel, McDonald’s) per produrre a costi infinitamente inferiori rispetto a quanto si paga, “salatissimo”, in Usa, Italia e in mezzo mondo. Il metodo, che arricchisce i marchi delle imprese occidentali è traslato con identiche modalità nel fitto tessuto di intraprendenti cinesi sbarcati dalle nostre parti e raramente denunciati per sfruttamento del lavoro. E’ difficile capire perché città operose come Prato, storica roccaforte del tessile, si siano arrese, quasi senza colpo ferire, all’invasione cinese, concorrenziale senza chance di rivalità.

Non è noto quanto percepisce un lavoratore/lavoratrice cinese in terra italiana, ma non è difficile intuirlo se si prende per buona l’indagine di Pechino nelle fabbriche cinesi di giocattoli destinati ai mercati occidentale: per salario, straordinari, indennità e detrazioni,  la retribuzione mensile è di 214 euro (1,2 euro all’ora). Molti addetti alla produzione lavorano a stretto contatto con sostanze velenose, alcune mortali. Ne fa le spese chi fabbrica bambole Barbie, lavora per i pasti McDonald’s, per la Disney. Perché non raccontarlo a “Giacomo” che fa i capricci, spesso appagati, per comprare  calzini da tennis firmati da una delle etichette firmate dalla multinazionale X, Y, la felpa alfa-beta, il tablet pinco pallino?

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