#VentiRighe – Ostelli e suite 7Stelle

Il Town House Milano, primo albergo al mondo a ricevere il riconoscimento delle “sette stelle”

Gianni e Andrea hanno in tasca euro contati, pochi, da spendere con estrema parsimonia perché bastino a garantire la sopravvivenza di dieci giorni in giro per il mondo, gli stessi che gran parte dell’umanità trascorre al caldo, in compagnia di parenti vicini e lontani. Sobri panini per pranzo e cena, le notti negli ostelli della gioventù, autostop e grandi camminate: in un bar dove i due amici chiedono per favore un po’ d’acqua, sul banco della mescita c’è in bella evidenza un depliant patinato  che invita a visitare la bella Italia e segnala luoghi dove mangiare e dormire. Nelle due pagine centrali campeggia l’immagine del Town House Milano, primo albergo al mondo a ricevere il riconoscimento delle “sette stelle”. Sono solo venti le super lussuose suite, dedicate ai grandi della Scala, la biancheria è personalizzata, un concierge personale è a disposizione giorno e notte.

L’altro italiano a sette stelle, a Venezia, è l’Aman Canal Grande impreziosito da affreschi del Tiepolo, due giardini privati  e un elegante Spa. Il costo? Mille euro a notte, 3.500 per la suite. Solo per visitarlo bisogna comprare il biglietto d’ingresso. Andrea passa il pieghevole a Gianni che l’appallottola e lo scaglia via, non senza pensieri irripetibili per i turisti da hotel a sette stelle.

Assoluzione via “App”

L’analisi logica del cattolicesimo all’italiana è da sempre imperfetta. In verità, i suoi sconfinati seguaci si dividono in due macro categorie. Quelli della fede incrollabile nei miracoli, nei dogmi, nella dottrina  elaborata dal clero nei secoli, nella resurrezione, nel perdono divino che tanto basta pentirsi, nel battesimo a creature appena nate, ovviamente inconsapevoli di ereditare le colpe del peccato originale, nei sacramenti della cresima e della comunione imposte dai genitori oltre la legittima volontà dei figli “se non le fai che dice la gente?” In ampia maggioranza sono invece quelli del “sono cattolico non praticante”. Cristiani che alla domenica preferiscono poltrire a casa e che ascoltano la messa in chiesa solo in occasione di riti funebri per parenti e amici, quelli che a volte si adattano a seguire il rito domenicale in televisione; quelli portano al collo catenine d’oro con il crocefisso come ciondolo perché era della mamma che non c’è più; a questi ultimi si è rivolto con un pio pensiero un prete spagnolo, mentre era  perfezionava un’ “app” per smartphone creata con l’aiuto di Dio.

La prodigiosa scoperta è davvero geniale. Punta a soddisfare le urgenze di chi sente di doversi liberare dei peccati commessi ma non ha tempo per recarsi in chiesa. Gli basterà installare la app scaricabile  da Apple iTunes  per collegarsi in diretta con i confessori, da ogni luogo del mondo. “Confessor Go”, dice l’inventore, consente di espiare i peccati in tempo reale. Un vero prodigio (nel senso di miracolo). All’esordio di ogni mistica telefonata il prete ricorda all’interlocutore i dieci comandamenti.

Il marchingegno funziona dal giorno dell’Immacolata e all’iniziativa aderiscono alti prelati, fra gli altri Jose Ignacio Munilla, vescovo. Il loro auspico, con l’aiuto del nuovo Meucci, di estendere la rete di confessori a distanza in tutto il mondo, nella speranza di recuperare fedeli alla Chiesa cattolica, da qualche tempo in crisi di partecipazione globale. La curiosità, sale della conoscenza, induce a una richiesta virtuale a papa Francesco: che ne pensa delle confessioni via etere?

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