#CoffeeBreack – Sintomi di Futuro glaciale

Le cortine, di ferro o solo virtuali, ma non meno ostili e impermeabili, i muri

Uno, storico, eretto per spaccare in due un popolo, prima della separazione avvelenato dalla follia nazista di Hitler; i muri della xenofobia, dell’odio di razza, rappresentazione emblematica di egoismi che dal particolare di un uomo contro un altro uomo si espandono e invadono intere collettività. Il male, esteso e globalmente identico nelle forme e nella sostanza, genera il tragico bilancio permanente di decine di guerre in luoghi diversi della Terra, di miserie estreme, di odio profondo che si sostanzia in contrapposizioni apparentemente ideologiche, ma generate da obiettivi di rapina delle risorse altrui e mascherata da guerre di religione. Allo scontro tra blocchi di potere, tra dominatori dei due emisferi, si ascrive anche la storia di Sonja e Ivan, il loro difficile sogno di sentirsi cittadini del mondo.

Sonja

La base del masso marmoreo, venato di rosso ruggine e di verde primavera, è unita alla lastra che chiude la vetta della collina per un sol punto, ancora risparmiato da millenni di tramontana che per almeno tre mesi l’anno soffia impetuosa, incuneandosi nella gola tra i monti Minsk e Krainek.

Lo chiamano il “blocco magico”

Pazienti, di una pazienza euforica, generata dall’impeto di forti sequenze emotive, Ivan e Sonja hanno inciso il marmo, lei con la forcina, usata per scrivere i loro nomi uniti con la & commerciale, ingentilita da fantasiosi ghi­rigori. É quasi scomparso il velo rosso che Sonja ha tracciato con la matita per le labbra nei solchi scolpiti.

Ivan gioca nel ruolo di guardia nell’Armata Rossa e in nazionale, al fianco di Sabonis, imperatore lituano del basket europeo. È molto amico del gigante biondo. Divide con lui la stanza d’albergo quando sono in trasferta e la cabina del vagone letto, la stessa fila di poltrone in aereo, ha con lui in comune la passione per gli scacchi, i jeans e le attrici francesi, il buon vino italiano, la fotografia, il basket moderno, nella versione interpretata da Abdul Jabbar, Magic John­son e Larry Bird. Ivan ha coscienza di essere un giocatore da laboratorio, sull’impianto di un mediocre talento naturale.

Il jumbo compie un atterraggio morbido sulla pista 3 del “Kennedy”, l’applauso al comandante è meri­tato. Il pilota con migliaia di ore di volo porta l’aereo incontro alla fantastica aerosta­zione newyorkese, simbolo del mondo occidentale e di mille sugge­stioni enfatizzate dalle informazioni indirette che Ivan e i suoi compagni hanno raccolto in mezzo mondo a contatto con i giocatori delle squadre dell’ovest.

Sonja ha salutato il compagno all’aeroporto di Mosca. Lavora al ministero della cultura, ha vent’anni e una voglia inconfessata di seguire Ivan in quella parte del mondo di cui conosce appena quanto trapela dalla stampa estera che circola al ministero o da qualche informazione di prima mano riferita dai funzionari di ritorno dagli Stati Uniti.

Sono venticinquemila gli spettatori accorsi per vedere all’opera i russi e per soddi­sfare l’orgoglio nazionalista: la selezione del dream team ce la mette tutta e ha un buon gioco, anche perché la nazionale sovietica è solo all’inizio della preparazione. Ivan ha disputato la migliore partita della sua carriera, Sabonis è lon­tanissimo dalla migliore condizione atletica.

La Nbc è collegata in diretta con il palazzo dello sport e il telecronista Alan Calle­way cattura Ivan prima che sparisca nel sottopassaggio. Il giocatore strappa il microfono dalle mani del celebre commentatore dell’emittente americana e dichiara a quindici milioni di telespettatori sbigottiti di appellarsi alla democrazia degli Stati Uniti perché gli sia concesso l’asilo politico.

* * *

Sonja ha superato se stessa e ha convinto un paio di colleghe a rinunciare in suo favore al viaggio negli Stati Uniti, al seguito della dele­gazione invitata dalla Princeton University. L’incontro fra Reagan e Gor­baciov ha di questi corollari positivi. Tema dell’incontro è la cultura conta­dina dell’Unione Sovietica, prima e dopo la rivoluzione d’ottobre.

L’invito coincide con la tournée dei cestisti russi e sposta l’asse dell’in­terscambio sul terreno della cultura oltre che dello sport.

Sonja guarda continuamente l’orologio: 19 e 25… 19 e 37…

Gregoari Martinenko osserva l’uditorio nella sala conferenze dell’uni­versità di Princeton con qualche preoccupazione… ”Potranno mai capire processi così lontani dalla loro mentalità, dalla loro storia?”.

Le telecamere della Nbc indugiano sul viso, teso, un po’ pallido, e sulle mani che assemblano di continuano le cartelline dattiloscritte. Sonja si alza all’improvviso dal suo posto letto, afferma il microfono e si mette di fronte all’obiettivo della camera accesa. Pronuncia, parola per parola, la stessa frase che Ivan ha detto a molte miglia di distanza.

All’ambasciata sovietica si vedono in giro facce da funerale, è sner­vante l’attesa di risposte da Mosca e dal Dipartimento di Stato ameri­cano.

Le rispettive diplomazie non sanno davvero come risolvere la questione che comunque si osservi comporta non pochi rischi di offuscare il clima distensivo tra le due grandi potenze dopo mesi e mesi di laboriose tratta­tive. Washington deve sopportare il maggior imbarazzo. Dovesse conce­dere asilo ai due giovani, si alienerebbe Mosca e forse l’opinione pubblica sovietica; se consegnasse Ivan e Sonja ai russi, metterebbe in discussione l’immagine libertaria degli Stati Uniti.

Intanto alla Nbc le centraliniste non riescono a fronteggiare le richieste degli utenti che vogliono conoscere gli sviluppi dell’affare e che protestano per il black-out.

La soluzione, contrastatissima, arriva dopo quasi quarantotto ore di discussioni sottili, a tratti animate.

Valeri Osimov ha pescato negli archivi dei servizi russi il caso di una coppia americana che circa un anno prima ha consegnato all’ambascia­tore sovietico la domanda di emigrazione in Russia. La faccenda è stata accuratamente nascosta per non turbare i rapporti fra i due Paesi e forse è venuto il momento di riportarla in evidenza. Uno scambio tra i Norton e i giovani russi potrebbe essere esibito come segnale del nuovo corso imboc­cato dalle rispettive diplomazie

A Mosca sono interessati a uscire dal disagio con questo singolare compromesso, mentre Washington teme che gli americani non accettino l’idea di due compatrioti che scelgono l’Est, ma Arthur Mitchell, esponente di rilievo della CIA, pensa che l’alterna­tiva è possibile.

È ancora la Nbc a godere del privilegio dell’esclusiva per un evento che s’annuncia spettacolare e coinvolgente dal punto di vista emotivo. L’aeroporto Kennedy è come una fortezza e brulica di militari, di agenti in borghese dei servizi segreti. Ogni varco è controllato come l’accesso a Fort Knox. I due aerei USA e Urss sono affiancati sul terminale della pista numero uno, gli equipaggi si schierano ai piedi delle scalette, in attesa dello storico avvenimento.

Ivan e Sonja sono stati informati dal Presidente in persona, i Norton hanno ricevuto la notizia dall’ambasciatore sovietico. Per i giovani russi, ammessi come rifugiati politici, la destinazione momentanea è un college di San Francisco, la coppia americana è attesa a Mosca.

Praticamente circondati da guardie del corpo, gli uni e gli altri percor­rono a piedi il tratto che separa l’aerostazione dalla pedana posta al centro fra i due aerei, dove sono in attesa le autorità americane e sovie­tiche.

Tiratori scelti sono appostati ovunque e le telecamere seguono alter­nativamente il piccolo corteo e le delegazioni ufficiali.

A un tratto, da un lato della pista, compare la sagoma d’un elicottero e per troppi secondi i servizi di sicurezza pensano alla protezione dal cielo dei protagonisti dello storico evento.

Quando qualcuno comincia a sospettare di quel volo radente è troppo tardi: dall’elicottero parte un missile che colpisce il gruppo dei quattro, alcuni degli accompagnatori.

È caos in un attimo. Accorrono militari e poliziotti, automezzi dei pompieri, ambulanze. La micidiale esplosione ha provocato la morte di dieci persone. Per Ivan, Jack ed Evelyn, non c’è niente da fare. Sonja respira ancora ed è trasportata d’urgenza in ospedale, ma muore prima di arrivare sul tavolo operatorio.

L’elicottero vira bruscamente e si dirige verso un piccolo aeroporto in disuso, a dodici chilometri dal Kennedy. Dopo un paio di minuti un’esplosione a bordo e il veloce Augusta, colpito a sua volta da un mis­sile, si disintegra.

Arthur Mitchell è ricevuto dal presidente. Gli comunica che è andato tutto secondo le previsioni. Il mercenario pagato per mettere in atto la strage è saltato in aria con i suoi uomini e non c’è da nessuna parte la minima traccia degli accordi intercorsi. Non resta che gestire attenta­mente i contatti con i mass-media.

In casa del killer a pagamento la CIA trova un documento, una cosiddetta risoluzione, in cui si annuncia la strage contro la spartizione del mondo di cui sono protagonisti Reagan e Gorbaciov con la finta intesa sul disarmo.

Karina Suslova sale sulla collina che un giorno Ivan le ha fatto cono­scere e depone ai piedi del masso di marmo un piccolo fascio di fiori di campo.

Neppure il suo ragazzo ce l’ha fatta a concludere il sogno ereditato.

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