#VentiRighe – Verso il baratro dell’antipolitica

L’aritmetica nel linguaggio della politica è ferma alla divisione, prognosi riservata per la politica intesa come espressione di democrazia collettiva e d’alternanza

Al viale del tramonto della dialettica anche aspra tra interlocutori e/o oppositori, contribuiscono il becero dispotismo di Donald Trump, la tirannia del tracotante Erdogan, i regimi del presidente cinese Xi Jinping, di Putin, del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, il revancismo di Netanyahu, il decisionismo anti occidentale dell’iraniano Hassan Rouhani, l’onda tifonica del populismo  che spinge a riva la neofascista Le Pen e il truce Salvini, solo per citare i secessionisti di casa nostra, gli anti Europa  del “comico” e di alcuni suoi subordinati (si può davvero immaginare Pinocchio Di Maio presidente del nostro consiglio dei ministri senza inorridire e temere seriamente per il futuro del Paese?).

Tutto questo si coniuga in forma letale con la disgregazione dei partiti, già debilitati dalla progressiva perdita di identità. Chi rappresentano le fazioni interne a Forza Italia, i berlusconiani, le falangi di Fitto, gli esuli di Verdini, Brunetta o Cicchitto? Cosa cementa, se non malta di pessima qualità  il sodalizio Salvini-Meloni-Casa Pound, il centro ondivago di Alfano, ben dentro il governo Renzi-Gentiloni, ma ammiccante alla ricongiunzione con Forza Italia? Tra quanto esploderà il mal di pancia nel Movimento  5Stelle che litiga sulla dittatura del “comico”, gli schiaffi all’etica di “onestà, onestà”, la difesa di figuri ospitati dal cerchio magico della Raggi, le bugie di Di Maio, le firme false in Sicilia e a Bologna per le candidature, ora il sì della sindaca romana allo stadio della Roma in territorio protetto?

E soprattutto quante anime confliggono senza esclusione di colpi  nel Pd, le tante che si agitano in cerca di spazio (potere), ideologicamente rappresentate dall’ arco che include il cattolicesimo degli ex Dc (Rosy Bindi, Frenceschini, lo stesso Renzi), residui del Pci (D’Alema, Bersani), gente di mezzo (Delrio, Martina, Orfini) e sinistresi malati di nostalgia per il bel tempo di Belinguer, o meglio di Ingrao? Il quadro è desolante e minaccia di far finire in un baratro dove la democrazia non ha patria. Ad accendere la mina, la fuga di Renzi dal guazzabuglio Dem, di cui è protagonista almeno dal rendez vous del Nazareno con l’improponibile Berlusconi e dal progetto sottinteso del Partito Nazione, che affonderebbe le radici nel terreno ibrido, indiscriminato  dell’ambiguità.

Di lì la stura a empiti eterogenei di rivincita, vendicativi, degli esclusi dalla gestione del partito e del governo. La voglia di scissione ha trovato humus fertile nel vuoto di consensi, plasticamente evidente con la caduta verticale degli iscritti, la chiusura dei circoli, il default nel rapporto con il territorio e gli inciampi giudiziari di nomi eccellenti del Pd. Hanno detto ciao i mezza età Fassina e Civati, il vetusto Epifani, ha imbracciato l’arco armato di frecce avvelenate  l’enigmatico Speranza, ha pronunciato arringhe dotte Cuperlo, antagonista di Renzi nella corsa alla segreteria. Hanno preso fiato la volpe D’Alema, lo spento Bersani, il tronfio Emiliano, galvanizzati dagli applausi del popolo di delusi dem. La parafrasi del titolo di un bel libro del maestro Manzi (“E venne il Sabato”)  capovolge, in chiave negativa,  l’ottimismo di “Non è mai troppo tardi. Diventa “Venne il catastrofico caos” e si direbbe che è troppo tardi per  sventare la sciagura di un’altra storica scissione della sinistra, inevitabilmente  riverberata  sul governo, con l’ennesima crisi e un’inevitabile fragilità  politica ed economica  in questa fase scabrosa di confronto-scontro con l’Europa.

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