#VentiRighe – Erdogan, un conato di autoesaltazione dopo il referendum

Dopo pasqua senza giornali, ma la cronaca non lo sa

Nel giorno del silenzio stampa che i quotidiani hanno rispettato per concedere una pausa alle redazioni super attive in quasi tutti i trecentosessantacinque giorni dell’anno, ci si aspetterebbe una conseguente quiete delle news. Non è così. Anche nel “lunedì in albis”, in volgare nel giorno della “pasquetta”, l’informazione non si ferma perché gli eventi del mondo non conoscono sosta.

L’esito della consultazione indetta da Erdogan, nella convinzione di stravincerla, dice che il dittatore turco ha perso, anche se il conteggio dei voti gli riconosce il 51 percento. Ci fosse del vero nella denuncia di brogli avanzata a caldo dalle opposizioni, se fossero dimostrate le minacce del regime ai curdi per impedire di esprimere il loro “no”, se si considera il peso del controllo totale esercitato dal regime sui media, Erdogan avrebbe perso.

Nell’euforia post elettorale il presidente turco osa ammonire il resto del mondo perché non si azzardi a contestare il voto ed è solo un ultimo atto d’imperio, che si colloca nell’identico filone di atti di violenza che vedono in carcere giornalisti, magistrati, militari critici nei confronti della sua presidenza. Come si comporterà la Ue se Erdogan tornerà a bussare alla porta della Comunità per farne parte? Non basta la deleteria presenza di nazioni razziste come Ungheria, Polonia, Slovenia?

L’esultanza dell’ambiguo vincitore del referendum è solo un conato di autoesaltazione con l’obiettivo di ammortizzare la delusione del risultato striminzito e probabilmente falso del voto che pure gli consente di candidarsi quasi all’infinito alla presidenza e fingere di non sapere che tutte le grandi città del suo Paese hanno votato contro. Ma anche se  stentato, il  “si” lo autorizza a legiferare senza consultare il Parlamento, a nominare i vertici dell’esercito, rettori delle università, magistrati, manager, ma soprattutto a rimanere al potere  fino al 2029 e chissà, con un nuovo referendum, anche oltre.

Per permettergli di non condividere la dittatoriale esclusiva di decidere, la riforma approvata cancella la figura del primo ministro. Erdogan è poi deciso a dar seguito alla promessa pre-elettorale di introdurre la pena di morte e non è campato in aria il sospetto che voglia farne uso per eliminare gli oppositori “scomodi”. Nel panorama internazionale è sempre altissima la tensione per i pazzi del mondo, al secolo lo sconsiderato Trump e il fanatico Kim Jong-un, per la sfida esplosiva e le provocazioni che alimentano con sempre maggiore pericolosità il soffio dei venti di guerra.

Le immagini della parata militare di Pyongyang, diffusa dalle televisioni di tutto il mondo, sono perfettamente sovrapponibili alle adunate propagandistiche del nazifascismo: masse di soldati in marcia con l’impressionante, hitleriano passo dell’oca, la sfilata di blindati con missili di alto potenziale distruttivo, le masse plaudenti. Sul fronte opposto l’inquietante avanzata della flotta Usa, ormai prossima alle coste della penisola coreana, la minaccia di usare armi nucleari (missili a lunga gittata dal costo di 150 milioni di dollari ciascuno), la vigilia di una dichiarazione di guerra che trova eco nel dittatore coreano. Le reciproche provocazioni non hanno seguito, nonostante il fallimento il nuovo test missilistico ordinato da Kim Jog-un (anche se finito letteralmente in fumo nella fase della spinta d’avvio). Trump ha finto di ignorare il lancio e smentito le minacce di rispondere con un “fire” punitivo.

Sarebbe bello presumere che i due squinternati antagonisti siano aggressivi a parole solo per innalzare il picco di consensi dei rispettivi sudditi. L’ipotesi è più di un sospetto se si considera il surplus di popolarità acquisito dall’americano all’indomani della devastante bomba sganciata sulla Siria e lo spavaldo nazionalismo dei nordcoreani (“il fallimento del test ci spinge solo a perfezionare le nostre armi”).

All’America, se si valuta quel che suggerisce il resoconto di giornata, gioverebbe riflettere sui propri mali endemici, per esempio sulla piaga delle stragi compiute con pistole e fucili acquistati al “supermercato” senza  porto d’armi, come da noi si comprano mele e verdura alla Coop. L’ultimo caso ha dell’incredibile. Steve Stephens ha commesso un omicidio in diretta su Facebook, visibile da milioni di internauti. E  Trump? Insiste nella campagna a favore di “pistola libera”.

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