Brexit, conto salato per Theresa May

La rude May: pensava di andarsene senza grandi penali

Conti sbagliati in casa May, prima ministra di Great Britain nel turbine di un ciclone anti Brexit che l’investe in patria e non solo, con ventate inaspettate anche di parte dei connazionali che hanno detto sì all’esodo dalla Ue. Succede che l’Europa non fa sconti e pretende il pagamento dei debiti che la “perfida Albione” ha contratto con la Comunità. Bruxelles li calcola in cento miliardi di euro, il governo inglese contesta la dimensione del credito avanzato da Ue e la May prova a respingere al mittente le linee guida dell’Europa sul negoziato per il divorzio. Ma a che titolo? Le regole del “gioco” le detta Bruxelles che nella trattativa impugna il coltello dalla parte del manico e per segnali inequivocabili non sembra conciliante, tanto meno passivo interlocutore di un Paese che di là dagli aspetti finanziari della Brexit, infligge all’Unione un vulnus politico, potenzialmente moltiplicatore di spinte autonomistiche per altri soggetti già in forse sulla permanenza negli Stati Uniti Europei.

Il conteggio precedente indicava in 60 miliardi il dovuto britannico ma il Financial Time sostiene che l’Europa (Francia e Germania specificamente), avrebbe alzato l’asticella, appunto a cento miliardi, con l’obiettivo di sostenere il settore agricolo post Brexit, su sollecitazione di Parigi e Varsavia e per saldare i costi amministrativi 2019-2020. Da Bruxelles  si nega che il surplus di euro chiesti a Londra nasconda intenzioni punitive per la scelta britannica di uscire dalla Ue, ma un’analisi della disputa induce a ritenere che si tratti  proprio di ripicca tradotta in euro, anche se Barnier, capo negoziatore della squadra europea, definisce la richiesta “rispetto per gli impegni presi per non interrompere programmi decisi insieme o gli aiuti a Turchia e Ucraina e vanificare le garanzie con la Banca Europea per gli investimenti  strategici”. Chiosa le affermazioni con parole inequivocabili: “non è un castigo né una tassa“.

Londra conferma di non accettare imposizioni e per mettere in discussione l’importo del debito, commenta così, con parole della May “Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”. Aggiunge che comunque sarà un negoziato duro e si augura che la questione non finisca davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. La prima ministra va oltre la disputa finanziaria, dichiara che non pagherà e avanza il sospetto che Bruxelles spari ad alzo zero per condizionare le elezioni anticipate all’8 di Giugno, a vantaggio dei laburisti.

David Davis, ministro per la Brexit accusa la Ue di aver dato il calcio di avvio alla trattativa in modo duro, a far male e che sul tavolo dei preliminari non è ancora stata indicata la cifra del debito. Lo smentisce Junker, presidente della Commissione europea, che ai sessanta miliardi di base aggiunge quanto dovuto a Parigi e Varsavia e per adempimenti amministrativi comuni. Theresa May si proclama “donna tremendamente difficile” nei negoziati sulla Brexit, ma  s’impegna a garantire in tempi rapidi, senza però indicare una scadenza, i diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito. La disputa, al suo bellicoso esordio, ammonisce chiunque volesse aggregarsi all’exit che i conservatori inglesi  hanno sottodimensionato nella sua ricaduta negativa. Il messaggio è diretto ai secessionisti di Lega, Fratelli d’Italia, truppe sparse di 5Stelle e a qualche maldipancista del centro destra.

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