#VentiRighe – 25 miliardi dall’azzardo di Stato

Il demone dell’azzardo non ha preferenze. Il virus del gioco che premia a senso unico chi lo gestisce scardina i sistemi di autocontrollo di uomini, donne, ragazzi, ricchi e poveri

Sull’erta che dal porto di Ischia s’inerpica su Barano e oltre, in un piccolo, modesto bar, una donna stringe la leva della slot machine programmata per illudere i giocatori di arricchirsi con il video poker. Ore 8 e 30. Due ore più tardi, percorrendo la via de ritorno, la giocatrice, di umili condizioni sociali a giudicare dall’abbigliamento dimesso, è ancora alle prese con la micidiale droga mentale del gioco, il volto contratto in una smorfia di frustrazione.

Da un quotidiano locale: “X,Y cinquant’anni,  si è tolto la vita dopo aver perso i risparmi, la casa acquistata con un lungo mutuo, i gioielli di famiglia. Era minacciato dagli strozzini suoi creditori. Il disastro si deve alla dipendenza dal gioco del lotto, all’infernale e reiterato raddoppio delle puntate su numeri non estratti da tempo e mai usciti.  Il crac conseguente sembra fosse esasperato da altre giocate di numeri che imponeva ai figli di sognare e di scrivere al risveglio su un foglio lasciato accanto al letto con la biro.

Il gioco e lo Stato. Gran parte delle risorse per coprire spesa corrente e straordinaria del Paese è garantita dalle tasse sui carburanti che portano alle casse dell’erario venticinque miliardi di euro all’anno e comprendono i balzelli sull’espansionismo fascista in Africa e terremoti di cento anni fa, ma con un crescendo esponenziale dal prelievo fiscale sul gioco del lotto, le sigarette, le slot machine, l’alcol (in misura irrilevante). Un esempio eloquente è l’accisa sul tabacco. Un pacchetto di sigarette, al prezzo di 5 euro, costa ai produttori 15 centesimi (il profitto è del 13%), 2 euro e 73 se ne vanno in tasse, 90 centesimi è la quota dell’Iva, il 10% l’incassano i rivenditori. Il 77% del costo finale, pressappoco 11 miliardi, lo preleva lo Stato. Fruttano 5,5 miliardi le tasse sulle slot machine, 8 miliardi il lotto, 635 milioni l’alcol.

Alcuni anni fa un’analisi del fenomeno firmata da un docente universitario di sociologia, il napoletano Imbucci, rivelò che il contagio della febbre del gioco colpisce con maggiore virulenza le fasce sociali povere, per essere l’unica speranza di uscire dalla miseria.

Incentivi a misurarsi con la fortuna e doti di cultura generale appena superiori alla mediocrità fanno la fortuna di show televisivi che mettono in palio premi in euro fino e oltre duecentomila euro, con quiz di molteplici modelli. La Rai è capofila di questo genere di “giochi” che catturano audience e pubblicità. Non bastassero “L’eredità”, “Reazione a catena” e simili di fine settimana, l’azienda televisiva pubblica con Fazio ha rieditato il “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno: stesso studio, stesse cab ine per le domande finali, identiche chance di portarsi a casa cifre astronomiche. Solo che nel caso di questo show rivisitato vincono mostri di sapere, eredi di Pico della Mirandola.

Nel suo complesso, il mondo del gioco e ancor più dell’azzardo è educativo, etico, lecito?

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