#VentiRighe – Ottimismo economico. Disoccupazione sotto il dieci per cento

C’è del nuovo nella fondamentale casella del trend della salute economica italiana. Dice con cenni inediti di ottimismo che il tunnel buio della crisi strutturale è a un passo da tornare alla luce, all’allineamento paritario con l’Europa in salute

I numeri della disoccupazione lasciano il drammatico undici per cento e oltre, che ha fatto indossare la maglia nera al Paese, in scomoda condivisione con la derelitta Grecia. Manifestano apprezzamento gli industriali e dovrebbero condividerlo i sindacati, ma più di tutti i detrattori dei governi affidati alle cure del ministro Padoan, che a più riprese si è detto certo dell’uscita dal baratro della crisi. Ad alimentare l’ottimismo interviene il rapporto sull’economia della Camera di Commercio, con l’annuncio della ripresa e le analisi dell’Istat che sorprendendo tutti fissa all’1,3 per cento la crescita del prodotto interno lordo, oltre ogni previsione.

Più di ogni altro dato conforta il calo della disoccupazione sotto la soglia emblematica del 10 per cento. Ora è valutato al 9,2 per cento e dopo lunghi periodi di recessione. Che sia un segnale stabile, di una strada in discesa imboccata con passo deciso, è questione che non consente di sbilanciarsi se si considera il ruolo svolto dal jobs act con le assunzioni incentivate dal governo Renzi, ora arrivate al loro previsto stop. Non si rallegra degli indici positivi il comparto dell’edilizia, in stallo,  continua a preoccupare l’andamento dell’export, in retromarcia  per l’un per cento.

Con il segno fortemente negativo è il capitolo del welfare con il titolo licenziamenti “per discriminazione”, in allarmante aumento. Il tema scottante include casi di fine rapporto unilaterale per motivi sindacali, politici, razziali, religiosi, di lingua e di sesso, di handicap e addirittura di convinzioni personali del lavoratore. Il dato è direttamente connesso all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e alla riforma Fornero, alla legge sul contratto di lavoro a tempo indeterminato “a tutele crescenti” che scoraggiava i dipendenti a impugnare il licenziamento con la dichiarazione di discriminazione, accolta appunto dall’articolo 18 con decreto di reintegrazione.

L’analisi con il segno più non dissocia il dato generale dallo specifico della disoccupazione giovanile, buco nero del sistema Italia, specialmente ampio al Sud del Paese.

Il lodevole incitamento di Gentiloni a investire nel Mezzogiorno, indica un percorso progettuale inedito dell’economia nazionale, motivata da agevolazioni fiscali e di sostegno finanziario, ma la buona volontà del governo non chiarisce i termini delle motivazioni che dovrebbero agevolare il cambio di rotta delle imprese sull’asse Nord-Sud. Soprattutto non fissa le garanzie sulle modalità di accesso ai finanziamenti agevolati e sulla trasparenza degli investitori, che in passato ne hanno usufruito per consolidare le imprese del Nord e chiudere gli insediamenti nel Mezzogiorno, senza alcuna penale.

Di finanziamenti a fondo perduto e tassi agevolati usufruirono le multinazionali, che hanno intascato gli incentivi, ne hanno utilizzata una parte per introdursi nel mercato italiano, e subito dopo hanno traslocato in luoghi più favorevoli per la produzione. Il modello alternativo altrove c’è: Paesi più previdenti obbligano chi usufruisce di finanziamenti agevolati (imprese nazionali comprese) a rimanere contrattualmente nel territorio per decenni. La trasgressione ai patti prevede penali altissime.

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