Una giornata particolare, Angelica

Coffee-BreakQuella mattina uscì dalla casa presto, erano appena le sette di un gelido febbraio. Il freddo era intenso e le trapassò maligno il vecchio loden, soffermandosi sul petto e sulle spalle magre; Angelica rabbrividì. Abbottonandosi bene e allungando il passo, raggiunse la fermata dell’autobus. I lampioni riflettevano una luce gialla pallida e malata che diffondeva sfumata il suo fiacco raggio d’azione. Distratta, salì e si appisolò sul sedile, rilassata dal fatto che il bus era semivuoto. Arrivata in centro, si diresse verso un bar, aveva bisogno di scaldarsi e ordinò, come d’abitudine, un cappuccino scuro e una brioche ai frutti di bosco. Si guardò allo specchio e il pallore del viso era quasi spettrale, si massaggiò le guance nel tentativo di rianimarle, si passò una mano fra i capelli rossi d’henné, tenne il cappuccino bollente fra le mani e finalmente si rinfrancò. Pagò e uscì nella mattina finalmente schiarita, si diresse prima all’edicola all’angolo eppoi verso il parco, dove aveva intenzione di leggere, di fare le parole crociate, di impiegare al meglio quella giornata, visto che tanto quel giorno non l’aspettava nessuno. Si sistemò al suo solito vecchio posto, una panchina comoda che le offriva il sole se aveva freddo e un riparo ombroso all’occorrenza.

Saranno state le dieci quando la sua attenzione fu catturata da una donna visibilmente agitata che dal suo cellulare cercava sempre più invano, a quanto pareva, una soluzione ad un problema urgente. Angelica si alzò, le si parò davanti e la donna elegante nel suo cappottino nero fu costretta a vederla.

“Scusa un attimo, ti richiamo subito”. Disse Sonia al suo interlocutore, pronta a sbarazzarsi in malo modo di Angelica. Appena si guardarono però capirono di conoscersi, erano anni che non si vedevano ma …

“Tu abitavi nel mio quartiere, ti ricordi di me? Il tuo nome è Sonia, se non sbaglio”.
Sonia non riusciva a focalizzare bene chi le stesse parlando ma Angelica la tolse dall’imbarazzo presentandosi. Certo gli anni che erano passati non si erano posati sui loro visi allo stesso modo. Quello di Sonia era curato, ancora fresco, mentre quello di Angelica era un po’ gonfio e spento.
“Ho ascoltato involontariamente le tue telefonate e penso di avere la soluzione al tuo problema”. Le disse Angelica. 

Sonia la squadrò poi si ricordò che in effetti poteva esserle di aiuto.

“Ho un’improvvisa emergenza al lavoro”. Si giustificò Sonia “Ed è il giorno libero della badante, sono incasinata con mio padre… se non sbaglio tu ti eri diplomata in infermieristica quando stavamo al Sacro Cuore”.

Angelica le sorrise affermativamente e si propose di guardare il vecchio, visto che aveva la giornata libera. L’unica condizione che pose fu che Sonia doveva rientrare per le diciotto, ché lei avrebbe dovuto prendere inderogabilmente l’autobus per tornare a casa. Sonia non poteva credere di aver avuto un colpo di fortuna così sfacciato Accettò subito le condizioni di Angelica, la caricò in auto, nel tragitto le spiegò quali medicine suo padre prendeva, il pranzo che doveva mangiare, che era già in frigo, le abitudini che aveva, le dette le chiavi di casa e sgommò via… Angelica entrò piano in quella bella casa tenuta in penombra, verde di piante, profumata di benessere, ci prese confidenza prima di entrare nella stanza del vecchio. La respirò.

Anche la stanza del vecchio era in penombra e vi aleggiava il classico odore di cellule morte, di medicinali, di cattiva digestione. Su tutti però vinceva come sempre un vago sentore di urina, un classico. Angelica si parò davanti al vecchio, gli parlò dolcemente dicendogli che oggi si sarebbe presa cura di lui. Lui sparò i suoi occhi celesti, insolitamente azzurri, negli occhi di Angelica e si riappisolò, dolente.
Lei verificò tutte le medicine che doveva prendere, prese tutto il necessario per pulirlo ed iniziò la sua giornata. Lo lavò con estrema cura, mettendo la crema emolliente fra le cosce magre e arrossate, gli fece la barba, gli lavò i pochi capelli e glieli asciugò con la salvietta calda, sembrava un gattino bagnato. Dopo pranzo, gli voleva leggere qualcosa ma il vecchio soffriva e non aveva voglia di niente, il rantolo lo faceva respirare a fatica e coi suoi occhi azzurri guardava Angelica muto, ma Angelica lo capiva benissimo.

Arrivarono presto le sei del pomeriggio e con esse tornò puntale Sonia. Angelica l’aspettava già sulla porta, non poteva perdere l’autobus.

“Tuo padre sta dormendo. E’ pulito, pronto già per la notte”. Le disse mentre si avviava per le scale. Sonia le corse dietro pregandola di accettare una piccola ricompensa ma Angelica stava già volando verso la fermata. Salì, ora il bus era quasi pieno ma lei non aveva sonno anzi, si sentiva viva come da molto tempo ormai non succedeva. Scese e si avviò verso la casa. La casa circondariale di Rebibbia, dove era reclusa accusata di un grave reato, la chiamavano l’Angelica della morte. Nel reparto dove lavorava, in base ai criteri tutti suoi che andavano dal grado di sofferenza dei malati a quello dell’antipatia personale, si trattava però sempre di malati terminali, lei dispensava una dolce morte.
Sonia si affacciò alla stanza del padre, che profumava di pulito, dove un lieve e piacevole odore di talco aveva preso il posto del sentore di urina, decise di lasciarlo dormire e se ne andò. Il vecchio aveva una faccia serena, finalmente rilassata, Angelica lo aveva avvolto in grande lenzuolo bianco. Avrebbe dormito molto e bene, pensò Angelica mentre rincasava soddisfatta. Peccato solo che non avrebbe mai più spalancato i suoi grandi occhi azzurri.

Ma, del resto, quella di oggi era stata una giornata particolare.

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